Galleria Umberto I°

     

La costruzione della galleria Umberto I fu realizzata in un contesto sociale e in una situazione edilizia resi drammatici dall'epidemia di colera del 1884; l'espansione del morbo costrinse, infatti, la classe politica ad affrontare il problema, ormai inderogabile, di un rinnovamento generale della struttura urbana.
Oltre ad intervenire, mediante sventramento, nei quartieri Porto, Pendino, Mercato e Vicaria, dove le precarie condizioni igieniche e l'eccesso di popolazione avevano reso più gravi le conseguenze del colera, fu nominata una commissione con il compito di esaminare le possibilità di una pratica ed immediata realizzazione dei progetti per la bonifica di aree parziali, presentati da professionisti napoletani.
Fanno parte di queste iniziative le proposte relative alla zona di S. Brigida, la cui fisionomia si era andata definendo fra il '500 e il '700 in seguito all'apertura di via Toledo ed alla nuova ubicazione del Palazzo Vicereale. Gli edifici che ne delineavano il perimetro presentavano un aspetto dignitoso, non lo stesso avveniva all'interno; nei vicoli che attraversavano il nucleo denso e fatiscente si elevavano squallidi ed alti edifici in pessime condizioni in cui si addensavano 6500 persone in poco più di 14000 metri quadrati.
Nella zona sorgevano anche le chiese di S. Ferdinando e di S. Brigida e i Palazzi Cirella e Barbaia che condizioneranno le scelte finali.
Ci è giunta la documentazione di quattro progetti presentati da Savino, Cottrau, Pisanti e Cassitto, Rocco, in cui, pur nella diversità delle soluzioni proposte, è sempre sentita l'esigenza di ottenere una migliore visuale del teatro S. Carlo. I primi due sono anteriori al 1885 e sono da porre in relazione con i piani di bonifica delle zone auspicati a partire dal 1870, dopo la sistemazione della vicina piazza Municipio.
L'ingegnere Emanuele Rocco, autore della proposta che sarà realizzata, presentò due differenti progetti, il primo dei quali appare privo di qualsiasi interesse; nel secondo, invece, sull'area risultante dalle demolizioni s'innalzano quattro ampi edifici disimpegnati da una grande galleria in ferro e vetro di 1076 metri quadrati e larga 15 metri, progettata dall'ingegner Paolo Boubée; i quattro bracci, di diversa lunghezza, intersecandosi danno luogo ad una crociera ottagonale coperta da un'ampia cupola. Si conservano gli edifici più importanti e, all'altezza del S. Carlo, un porticato ad esedra non solo maschera all'esterno l'inevitabile sbocco in  diagonale della galleria, ma crea al tempo stesso uno slargo innanzi al teatro.
Senza far torto all'indubbia validità del progetto Rocco, dobbiamo ricordare che fu determinante, ai fini della realizzazione di esso, il versamento, all'atto della sua presentazione, di una cauzione di 100.000 lire da parte della Società dell'Esquilino di Roma, quale futura ditta appaltatrice. Quantunque nella fase esecutiva fossero apportate alcune varianti all'idea primitiva, i lavori procedettero celermente: il 10 novembre 1892 la galleria venne inaugurata solennemente dal sindaco Nicola Amore e, per l'occasione, si tenne un'esposizione di prodotti artistici, industriali e artigianali.
All'interno della galleria, il contrasto fra la struttura in ferro, anche questa volta limitata alla sola copertura, e le sottostanti lunghe facciate neorinascimentali è felicemente risolto con l'adozione di un unico procedimento per ambedue i materiali non tenendo conto della loro differente natura, nel preciso intento di sottolineare il valore strutturale degli elementi portanti. Si attua in tal modo una perfetta rispondenza tra l'intelaiatura dei pilastri in muratura e le arcuate sagome delle consistenti travature reticolari che insieme contribuiscono a caratterizzare l'opera.
C'è da osservare che nella galleria Vittorio Emanuele di Milano costruita da Giuseppe Mengoni oltre vent'anni prima (1865) e divenuta un costante termine di riferimento per quella napoletana, non si riuscì a realizzare un accordo così unitario tra i due diversi materiali adottati. Nel nostro caso, inoltre, una quasi totale eliminazione della muratura viene effettuata nelle pareti terminali dei bracci, prive di funzioni portanti, mediante ampie aperture sulle strade circostanti.
Per la stessa ragione al piano terra lisci pilastri, privi di decorazione, inquadrano le vetrine dei negozi e gli ampi vani dei mezzanini, ed ancora, nei piani superiori le serliane e le bifore sono arretrate rispetto a una fascia liscia su cui aggettano i pilastri. La decorazione inoltre, ad intrecci di fogliame su fondi dorati, opera di Ernesto Di Mauro ed Antonio Curri, è subordinata all'impaginatura architettonica ed è, quindi, contenuta entro precisi spazi.
All'incrocio dei bracci sedici travature reticolari costituiscono l'ossatura dell'ampia ed aerea cupola e, partendo da un anello in ferro decorato da stelle, si collegano al centro mediante un altro elemento circolare a sua volta sormontato da una copertura vetrata. Semplici elementi decorativi in ferro seguono l'andamento delle arcate d'imposta infittendosi in corrispondenza dei pennacchi dove angeli in ghisa danno risalto al nodo strutturale. La stessa contenuta impostazione viene perseguita nelle facciate esterne; qui un alta pilastrata, comprendente tre piani con ampie vetrate, fa da base alla liscia superficie superiore; un carattere enfatico e rappresentativo si riscontra unicamente sul prospetto principale, di fronte al S. Carlo, riccamente ornato di statue in marmo e nicchie.
La grande struttura in ferro e vetro divenne il simbolo della classe borghese e dell'avvenire capitalistico della città contrapponendosi, anche visivamente nel panorama urbano, alle emergenze architettoniche delle passate classi dominanti.
Centro artistico e mondano tra la fine dell'Ottocento ed i primi decenni del Novecento, vi si trovava il celebre salone Margherita, che ospitò i maggiori artisti del varietà da Fregoli a Maldacea, da Elvira Donnarumma alla Fougè. Frequentato fino al 1912 dalla migliore aristocrazia di pensiero e di sangue, cominciò a decadere fra le due guerre fino a ridursi a sala cinematografica di infimo ordine, che fino a qualche decennio addietro ospitava ancora modesti avanspettacoli per scioperati e "filonisti" che vi trascorrevano l'oziosa mattinata e parte del pomeriggio.